Impianti e sicurezza · Aggiornato il 2 settembre 2026

Durezza dell'acqua: come si misura e dove trovare il dato di casa tua

Il numero che ti serve non lo devi misurare: il gestore idrico è obbligato per legge a pubblicarlo online, aggiornato all'ultimo anno. Qui trovi dove cercarlo, come si converte fra le tre scale che ti troverai davanti, e perché la penna che ti mostrano nelle dimostrazioni non misura la durezza.

di Redazione Fatto per Durare 29 min di lettura
Provetta graduata con reagente colorato per il test della durezza dell'acqua accanto al rubinetto della cucina
Provetta graduata con reagente colorato per il test della durezza dell'acqua accanto al rubinetto della cucina

La durezza dell’acqua si misura in gradi francesi (°f) e dipende da quanto calcio e magnesio sono disciolti nell’acqua che esce dal tuo rubinetto. Ma la cosa più utile di questa pagina è un’altra, ed è la prima: quel numero, quasi certamente, non devi misurarlo tu.

Il gestore idrico che ti serve è obbligato per legge a pubblicarlo online, insieme a calcio, magnesio e potassio e ai risultati dei controlli dell’ultimo anno. È scritto in un allegato del decreto che regola le acque potabili, e lo trovi in cinque minuti senza comprare niente. Praticamente nessuna delle pagine che escono cercando «durezza dell’acqua» ti dice questa cosa per prima — quasi tutte partono dal kit a gocce, che di solito vendono loro.

Qui trovi il percorso completo: dove sta il dato ufficiale e come si legge, le conversioni fra le tre scale che ti troverai davanti fra bolletta e libretti degli elettrodomestici, la formula per ricavare i gradi francesi da calcio e magnesio quando il gestore pubblica solo quelli, quanto vale davvero ognuno dei metodi casalinghi — compreso quello che non misura la durezza per niente — e i punti concreti in cui, senza quel numero, non riesci a tarare niente.

Il dato non lo devi misurare: il gestore è obbligato a pubblicarlo

L’allegato IV del D.Lgs. 18/2023, richiamato dall’articolo 18, impone a ogni gestore idro-potabile di rendere accessibili online ai consumatori i risultati più recenti dei controlli — non risalenti a più di un anno — e in aggiunta i valori di durezza, calcio, magnesio e potassio. Il dato è pubblico, gratuito, ufficiale e riferito alla tua zona di distribuzione.

Che cosa dice esattamente la norma

Il testo del decreto legislativo 23 febbraio 2023 n. 18, che attua la direttiva europea sulle acque destinate al consumo umano, elenca al punto 2 dell’allegato IV i risultati dei controlli sui parametri dell’allegato I, e precisa che «i risultati dei controlli non devono essere risalenti a più di un anno». Poi, al punto 3, aggiunge una seconda categoria di informazioni: «informazioni sui seguenti parametri non elencati nell’allegato I, Parte C, e relativi valori: a) durezza; b) minerali, anioni/cationi disciolti in acqua: calcio Ca; magnesio Mg; potassio K».

Due dettagli di quella riga contano più di quanto sembri. Il primo è che la durezza è nominata esplicitamente: non è un dato che il gestore pubblica per cortesia, è un obbligo scritto. Il secondo lo teniamo da parte per l’ultimo capitolo, perché è la chiave di un equivoco che gira su mezzo web italiano: la durezza viene descritta dal decreto stesso come un parametro non elencato fra quelli dell’allegato I.

Il punto 7 dello stesso allegato aggiunge una cosa che quasi nessuno usa: su richiesta giustificata, hai accesso ai dati storici fino a dieci anni indietro, se disponibili, ma non anteriori all’entrata in vigore del decreto (21 marzo 2023). Serve se sospetti che la fornitura della tua zona sia cambiata, per esempio dopo un’interconnessione fra reti.

Come si trova quel documento in cinque minuti

La procedura è sempre la stessa e funziona con qualunque gestore.

  1. Trova il nome del gestore. Sta sulla bolletta dell’acqua, in alto. Se abiti in condominio e l’acqua è centralizzata, il nome è sul bilancio condominiale o lo sa l’amministratore. In alternativa, cerca «servizio idrico integrato» più il nome del tuo comune.
  2. Cerca «analisi acqua» o «qualità dell’acqua» più il nome del gestore. Praticamente tutti i gestori medio-grandi hanno una sezione dedicata, spesso chiamata etichetta dell’acqua. Publiacqua, per esempio, la pubblica per 46 comuni fra Firenze, Prato, Pistoia e Arezzo: basta inserire la città e il proprio indirizzo.
  3. Inserisci il comune, oppure la via, oppure il codice ISTAT. Qui cambia da gestore a gestore: alcuni chiedono solo il comune, i più precisi chiedono la via o la frazione, perché la stessa città può essere servita da acquedotti diversi.
  4. Leggi la riga «Durezza». Sarà quasi sempre in gradi francesi, indicati come °f o °F. Se accanto trovi anche calcio e magnesio in mg/L, hai tutto quello che serve per rifare il conto da solo — la formula sta più avanti.
  5. Guarda la data del prelievo. Se è più vecchia di un anno, vale la pena scrivergli: il limite dell’anno che l’allegato IV fissa vale per i controlli sui parametri dell’allegato I, non per la riga della durezza, ma un dato così vecchio va comunque ricontrollato.

Quando il dato del gestore non basta

Ci sono tre casi in cui il numero pubblicato non ti serve, e allora la misura diretta diventa l’unica strada.

Il primo è il pozzo privato o l’autoclave: lì non c’è nessun gestore, e l’unico dato valido è un’analisi del tuo pozzo. Il secondo è la presenza di un trattamento già installato a monte che non conosci — capita spessissimo nei condomini, dove un addolcitore centralizzato messo vent’anni fa continua a lavorare senza che nessuno se lo ricordi. Le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità sulle apparecchiature di trattamento lo mettono nero su bianco fra le raccomandazioni all’installatore: ignorare un impianto già presente può portare a mettere due trattamenti in serie e a togliere all’acqua più ioni di quanti dovrebbe perderne.

Il terzo caso è il più banale e il più frequente: stai per tarare un apparecchio e vuoi la controprova al rubinetto. Non è diffidenza verso il gestore, è che fra la centrale e il tuo miscelatore ci sono chilometri di rete, e il manuale di un addolcitore ti chiede di verificare con un kit il risultato della regolazione, non di fidarti di un valore medio.

Che cos’è la durezza, senza chimica inutile

La durezza è la quantità di calcio e magnesio disciolti nell’acqua, espressa convenzionalmente come se fossero tutti carbonato di calcio. Non è un giudizio sull’acqua e non è una misura di sporcizia: è un conto su due minerali. Sono gli stessi due che, scaldati, si depositano come calcare sulle resistenze e dentro i tubi.

Durezza totale, temporanea e permanente

La durezza totale è la somma di calcio e magnesio, espressa come carbonato di calcio. È il numero che ti pubblica il gestore ed è quello che serve a tarare qualunque cosa.

La durezza temporanea è la parte legata ai bicarbonati: sopra gli 80 °C precipita e diventa quella crosta bianca che vedi sulla resistenza del bollitore. È la componente che il calore ti toglie dall’acqua e ti regala sugli apparecchi.

La durezza permanente è la parte legata a cloruri, nitrati e solfati: resta in soluzione anche dopo l’ebollizione. In casa la distinzione ha un valore pratico solo se ti stai chiedendo perché bollire l’acqua «ammorbidisce» — sì, ma solo la parte temporanea, e il calcare che sparisce dall’acqua finisce sulle pareti della pentola.

Perché il conto si fa in carbonato di calcio

Calcio e magnesio hanno pesi atomici diversi e non si possono sommare in milligrammi come se fossero la stessa cosa. La convenzione internazionale li converte entrambi nella quantità equivalente di carbonato di calcio (CaCO₃), che diventa così l’unità di conto comune. È il motivo per cui vedrai scritto «mg/L di CaCO₃» anche in acque dove il carbonato di calcio come tale non è affatto la specie prevalente.

Da qui nasce anche l’equivalenza che ti servirà cento volte: un grado francese vale 10 mg/L di CaCO₃, cioè 10 ppm. Un’acqua a 27 °f porta 270 milligrammi di carbonato di calcio in ogni litro che apri.

Gradi francesi, gradi tedeschi e ppm: la tabella delle conversioni

Le unità della durezza sono almeno cinque e tutte in circolazione contemporaneamente: il gestore italiano scrive in gradi francesi, il manuale della lavastoviglie in gradi tedeschi, la scheda di un filtro americano in ppm o in grani per gallone. Convertirle è banale, ma sbagliare la conversione significa tarare l’apparecchio su un’acqua che non è la tua.

La tabella di conversione

Tutte le unità hanno lo stesso denominatore comune: i milligrammi di carbonato di calcio per litro.

Unità Simbolo Vale in mg/L di CaCO₃ Vale in gradi francesi
Grado francese °f (o °F) 10 1
Grado tedesco °dH 17,8 1,79
Grado inglese (Clark) °e 14,3 1,43
Grado americano (grani/gallone) gpg 17,1 1,71
Parti per milione ppm 1 0,1
Millimoli per litro mmol/L 100 10

Le due conversioni che userai davvero sono la prima e la seconda: da gradi tedeschi a francesi si moltiplica per 1,79, e viceversa si divide. Un’acqua a 21 °dH è un’acqua a 37,5 °f. Un’acqua a 27 °f è un’acqua a 15 °dH.

Perché la lavastoviglie parla tedesco e il gestore francese

Non è un capriccio: è che il grosso degli elettrodomestici da incasso venduti in Italia è progettato su mercati dove lo standard è il grado tedesco, e i libretti mantengono quell’unità anche nell’edizione italiana. Il manuale di una lavastoviglie Bosch della serie SMS imposta l’addolcitore interno su una scala tutta in °dH, e nella stessa pagina ti dice dove prendere il dato: «il grado di durezza dell’acqua può essere richiesto all’acquedotto locale oppure essere determinato con un tester della durezza dell’acqua».

Il risultato pratico è che chi legge «17-21» nel libretto e ci mette dentro i 20 °f della bolletta sta impostando la macchina su un’acqua quasi doppia della sua, e consumerà sale rigenerante per niente. Al contrario, chi ha 32 °f e imposta il livello sbagliato in difetto continuerà a trovare aloni sui bicchieri e a dare la colpa al detersivo.

Il trucco per non sbagliarsi

Quando un numero di durezza non ha l’unità accanto, guarda l’ordine di grandezza. Sotto la ventina, in Italia, quasi sempre sono gradi tedeschi o un’acqua davvero dolce; sopra la trentina sono quasi sempre gradi francesi. Non è una regola aurea, ma intercetta la gran parte dei casi: le acque italiane, come vedrai fra poco, stanno in larga maggioranza fra 15 e 35 °f, cioè fra 8 e 20 °dH.

Come si calcola la durezza partendo da calcio e magnesio

Molti gestori pubblicano calcio e magnesio in mg/L e la durezza in una riga separata, ma alcuni pubblicano solo i due minerali. In quel caso la durezza si ricava con una moltiplicazione: si convertono calcio e magnesio nel loro equivalente in carbonato di calcio, si sommano, si divide per dieci.

La formula

I due coefficienti nascono dal rapporto fra i pesi molecolari. Il carbonato di calcio pesa 100,09 g/mol, il calcio 40,08 e il magnesio 24,31: dividendo si ottiene 2,5 per il calcio e 4,12 per il magnesio.

°f = ( 2,5 × Ca [mg/L] + 4,12 × Mg [mg/L] ) ÷ 10

Il magnesio pesa quasi il doppio del calcio nel conto, a parità di milligrammi, perché è un atomo più leggero: a parità di massa ce n’è più del doppio in termini di moli. È il motivo per cui due acque con lo stesso calcio possono avere durezze diverse.

Un esempio completo con numeri veri

Prendi un’etichetta che riporti calcio 88 mg/L e magnesio 21 mg/L, valori del tutto plausibili per un’acqua italiana di rete.

  • Calcio: 2,5 × 88 = 220 mg/L come CaCO₃
  • Magnesio: 4,12 × 21 = 86,5 mg/L come CaCO₃
  • Somma: 220 + 86,5 = 306,5 mg/L di CaCO₃
  • Durezza: 306,5 ÷ 10 = 30,7 °f

Trentun gradi francesi, cioè un’acqua dura. In gradi tedeschi sono 30,7 ÷ 1,79 = 17,1 °dH, che sul libretto Bosch citato sopra corrisponde al livello 2 di regolazione.

La controprova sul protocollo dell’Istituto Superiore di Sanità

Che la formula sia quella giusta si verifica su un documento pubblico. Il protocollo sperimentale dell’ISS per la valutazione delle caraffe filtranti, richiamato nelle linee guida ISTISAN 15/8, definisce un’acqua di prova standard con calcio 60 mg/L, magnesio 15 mg/L e durezza 20 °F.

Rifacendo il conto: 2,5 × 60 = 150; 4,12 × 15 = 61,8; somma 211,8 mg/L, cioè 21,2 °f. Il valore dichiarato è 20 °F. Lo scarto è di poco più di un grado, ed è esattamente il margine che ti aspetti fra un valore di targa arrotondato e il calcolo esatto. Se il tuo conto e il numero del gestore divergono di uno o due gradi, non hai sbagliato niente: la durezza analitica e la durezza calcolata dai minerali non coincidono mai al decimale.

L’errore di sommare i milligrammi così come sono

L’errore che si vede più spesso nei forum è sommare calcio e magnesio in milligrammi e dividere per dieci: nell’esempio qui sopra darebbe (88 + 21) ÷ 10 = 10,9 °f invece di 30,7. Un fattore tre di sottostima, che porta a comprare un addolcitore troppo piccolo o a impostare la lavastoviglie sul livello più basso. Se un numero ti sembra sospettosamente dolce per la tua zona, è quasi sempre questo il conto sbagliato che c’è dietro.

La scala della durezza: dolce, media, dura, molto dura

Una scala diffusa considera dolce l’acqua sotto gli 8 °f, mediamente dura fra 8 e 18, dura fra 18 e 30, molto dura sopra i 30. Le fasce servono a capire in che mondo ti trovi, non a decidere: nessuna di queste soglie è scritta in una norma, sono convenzioni tecniche che cambiano da fonte a fonte.

Le fasce in gradi francesi

Fascia °f °dH Cosa noti in casa
Molto dolce 0-4 0-2,2 Sapone che non si risciacqua, acqua «scivolosa», possibile aggressività verso rame e ottone
Dolce 4-8 2,2-4,5 Nessun deposito visibile, detersivo che rende molto
Mediamente dura 8-18 4,5-10 Qualche velo sui vetri, decalcificazioni rare
Dura 18-30 10-17 Aloni sui bicchieri, resistenze incrostate, decalcificazioni frequenti
Molto dura oltre 30 oltre 17 Doccia da pulire ogni settimana, apparecchi che si guastano prima

Le soglie sono convenzionali, e cambiano fra le fonti

Vale la pena dirlo chiaramente perché è una fonte di confusione continua. La scala qui sopra è quella più diffusa nei testi di chimica. Ma Publiacqua, che è un gestore, usa una scala diversa e più larga — dolce sotto i 10 °F, mediamente dura fra 10 e 20, dura fra 20 e 30, molto dura oltre 30 — e nei manuali dei costruttori se ne trova una terza ancora, tarata sulle esigenze dell’apparecchio invece che sull’acqua.

Nessuna delle tre è sbagliata, perché nessuna delle tre è una norma. Quando confronti due valori, confronta i gradi, non le etichette: «acqua dura» non significa la stessa cosa su due siti diversi, 27 °f sì.

Cosa cambia davvero per te a ogni fascia

Sotto i 15 °f il calcare non è un problema di casa: gli apparecchi durano, il detersivo rende, la decalcificazione è una manutenzione stagionale. Fra 15 e 25 °f entri nella zona in cui la manutenzione diventa regolare ma la spesa per un impianto raramente si ripaga: qui hanno senso i rimedi puntuali, dai filtri sul singolo apparecchio ai dosatori di polifosfati sulla linea che alimenta la caldaia.

Sopra i 25-30 °f il calcare smette di essere un fastidio estetico e diventa un costo: resistenze che si sfondano, scambiatori che perdono resa, elettrodomestici che si fermano prima. È la fascia in cui vale la pena leggere davvero come si sceglie un addolcitore d’acqua, perché è l’unica dove i numeri tornano.

Quanto è dura l’acqua italiana: i dati dell’Istituto Superiore di Sanità

Il quadro d’insieme più solido e pubblico sta nelle linee guida ISTISAN 15/8 dell’Istituto Superiore di Sanità. La tabella A2 riporta i valori registrati nelle zone centrali delle quindici maggiori città italiane: la durezza va da 6,8 a 35,7 °f, più di cinque volte fra l’estremo dolce e quello duro.

La tabella delle quindici maggiori città

I dati si riferiscono a Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Catania, Venezia, Verona, Messina, Padova e Trieste. Sono intervalli, non medie: dicono dove si colloca l’acqua italiana urbana, non quanto è dura la tua.

Parametro Intervallo registrato Unità
Durezza 6,8-35,7 °f
Calcio 20,6-98 mg/L
Magnesio 4-27,3 mg/L
Sodio 4-124 mg/L
Potassio 0,4-23 mg/L
Residuo fisso (a 180 °C) 188-730 mg/L
Conduttività elettrica (a 20 °C) 241-1.176 µS/cm
pH 6,78-7,8 unità pH
Cloruro 6,5-100 mg/L
Cloro residuo 0,02-0,27 mg/L

Due letture utili. La prima: anche l’estremo più duro delle grandi città italiane, 35,7 °f, resta dentro l’intervallo di riferimento di cui parleremo alla fine. La seconda: il calcio varia di quasi cinque volte e il magnesio di quasi sette, il che spiega perché due acque con la stessa durezza possono avere composizioni molto diverse — e comportarsi diversamente in un addolcitore.

Perché la media della tua città non è la durezza di casa tua

Il dato ISTISAN riguarda le zone centrali, ed è esattamente qui che casca l’errore più comune: prendere il valore medio pubblicato per una città e usarlo per tarare un apparecchio in periferia o in un comune limitrofo servito da un altro campo pozzi.

Milano è l’esempio da manuale. Il gestore indica una durezza media cittadina di 27 gradi francesi, ma l’acqua di Milano arriva da decine di pozzi distribuiti su tutta la città, e la centrale che serve un quartiere non è quella che ne serve un altro. La media di una città con più fonti è una media aritmetica, non l’acqua che esce da un rubinetto specifico. Per questo i gestori più precisi chiedono la via e non il comune, e per questo la controprova al rubinetto ha senso prima di regolare un impianto.

Misurarla in casa: kit a gocce, strisce e la penna che non la misura

I metodi casalinghi sono tre e non valgono lo stesso. Il kit a gocce è una vera titolazione chimica e dà un numero attendibile; le strisce reattive danno una fascia, non un valore; la penna TDS non misura la durezza — misura un’altra grandezza, e viene usata nelle dimostrazioni di vendita proprio perché il numero che restituisce impressiona.

Il kit a gocce: come funziona la titolazione

È il metodo di laboratorio, miniaturizzato in una fialetta. Si riempie la provetta con l’acqua da analizzare fino alla tacca e si aggiunge il reattivo goccia a goccia, agitando dopo ogni goccia, finché il colore non vira. Il reattivo contiene EDTA, una molecola che sequestra calcio e magnesio formando un complesso stabile; l’indicatore, tipicamente nero eriocromo T, è rosso finché in soluzione restano ioni liberi e vira all’azzurro quando l’ultimo è stato catturato.

Il conto è diretto: nel metodo di laboratorio, come descritto nella procedura di titolazione complessometrica con EDTA 0,01 M, ogni millilitro di titolante consumato corrisponde a un grado francese. Nei kit domestici il rapporto è tarato sulla dimensione della goccia, e in genere una goccia vale un grado francese: il numero di gocce che hai contato è la durezza in °f.

I limiti sono due, entrambi gestibili. Il primo è la risoluzione: sotto il grado non vai, e su un’acqua molto dura il conteggio si allunga e diventa facile perdere il filo. Il secondo è la conservazione: il reattivo ha una scadenza e un kit vecchio dà risultati bassi. Se lo usi per verificare la taratura di un impianto, comprane uno nuovo.

Le strisce reattive

Sono comodissime e vanno benissimo per una cosa sola: capire se sei in fascia dolce, media o dura. La striscia porta più zone reattive che cambiano colore e si confrontano con una scala cromatica stampata sulla confezione; il risultato che leggi è una fascia larga cinque o dieci gradi, non un valore.

Vanno bene per un primo orientamento o per accorgersi che qualcosa è cambiato. Non vanno usate per tarare il miscelatore di un addolcitore, dove uno scarto di cinque gradi cambia tutto il resto del dimensionamento.

La penna TDS non misura la durezza

Questo è il punto in cui vale la pena rallentare, perché è l’argomento più usato nelle dimostrazioni a domicilio e nei video di vendita. La penna TDS non misura calcio e magnesio: misura la conducibilità elettrica dell’acqua, cioè la capacità dell’acqua di condurre corrente, che dipende da tutti gli ioni disciolti. Poi moltiplica quel valore per un fattore di conversione fisso e stampa un numero in ppm, che il venditore presenta come «il calcare».

Perché l’argomento non regge:

  • Conta tutto, non solo la durezza. Sodio, cloruri, solfati, nitrati, bicarbonati: tutto ciò che è ionizzato contribuisce alla conducibilità. Un’acqua dolce ma ricca di sodio dà un TDS alto e non forma un grammo di calcare.
  • Il fattore di conversione è una convenzione. La penna non sa che cosa c’è dentro la tua acqua: applica un coefficiente medio, deciso in fabbrica, uguale per l’acqua di Milano e per quella di Catania.
  • La conducibilità è un parametro a sé, e ha addirittura un proprio valore di riferimento nella normativa sulle acque potabili — 2.500 µS/cm a 20 °C — del tutto scollegato dalla durezza.
  • Sull’acqua osmotizzata la scena funziona sempre. La dimostrazione classica confronta il TDS dell’acqua di rete con quello dell’acqua uscita da un’osmosi inversa: il secondo numero è bassissimo perché l’osmosi toglie tutti i sali, compresi quelli che non c’entrano niente col calcare. Il confronto è vero ed è irrilevante rispetto alla domanda che ti stai facendo.

Se il tuo obiettivo è sapere quanto calcare ti aspetta, la penna TDS è lo strumento sbagliato. Se ti stai chiedendo se ti serve un depuratore o un addolcitore — che sono due macchine per due problemi diversi — la distinzione fra i due parametri è proprio quella che separa le due scelte, e l’abbiamo sviscerata in addolcitore o depuratore d’acqua.

Il residuo fisso in etichetta non è la durezza

Il residuo fisso è la quantità di sali che rimane dopo aver fatto evaporare completamente l’acqua e portato il residuo a 180 °C. Comprende calcio e magnesio, ma anche sodio, potassio, cloruri, solfati, bicarbonati e tutto il resto. Due acque con lo stesso residuo fisso possono avere durezze molto diverse.

Cosa misura davvero il residuo fisso

È il numero grande e in evidenza sulle bottiglie di acqua minerale, e serve alla classificazione merceologica prevista dalla normativa sulle acque minerali naturali: sotto 50 mg/L sono minimamente mineralizzate, fra 50 e 500 oligominerali, fra 500 e 1.500 minerali, sopra 1.500 ricche di sali minerali.

Nella tabella ISTISAN vista sopra, l’acqua di rete delle grandi città italiane sta fra 188 e 730 mg/L di residuo fisso, quindi in buona parte nella fascia oligominerale delle bottiglie. È una delle informazioni meno note e più utili di tutta questa pagina.

Perché due acque con lo stesso residuo hanno durezze diverse

Immagina due acque entrambe a 400 mg/L di residuo fisso. Nella prima, la gran parte di quel residuo è calcio e magnesio: sarà un’acqua dura, incrosterà la resistenza del bollitore, ti farà decalcificare spesso. Nella seconda, la gran parte è sodio e cloruri: sarà un’acqua dolce, non lascerà quasi calcare, e sul palato sarà più salata.

Stesso numero in etichetta, due comportamenti opposti in casa. Il residuo fisso risponde alla domanda “quanto è mineralizzata”, la durezza risponde alla domanda “quanto calcare mi farà”. Sono due domande diverse, e la seconda è quella che decide cosa comprare.

Dove serve davvero il numero: le tarature che senza durezza non fai

Il valore in gradi francesi non è un dato da collezione: è un parametro di ingresso. Senza, non puoi regolare il miscelatore di un addolcitore, non puoi dimensionarlo, non puoi impostare la lavastoviglie, non puoi dosare il detersivo e non puoi decidere se un impianto termico va trattato.

Il miscelatore dell’addolcitore

Un addolcitore a scambio ionico produce acqua a zero gradi francesi, ed è una cosa che non vuoi in casa: l’acqua troppo dolce è aggressiva verso rame, ottone e acciaio zincato. Per questo la valvola ha una vite di miscelazione che rimette in circolo un po’ di acqua di rete.

Il manuale tecnico di un addolcitore domestico conforme al DM 25/2012 è esplicito su entrambi i passaggi: gli apparecchi della linea domestica sono «dotati di valvola miscelatrice incorporata per la regolazione della durezza residua in uscita», e la verifica del risultato si fa misurando, perché «l’analisi della durezza residua a seguito del trattamento è un valido e rapido sistema per definire le prestazioni dell’addolcitore», con test kit colorimetrici o in laboratorio. I libretti degli addolcitori volumetrici in commercio aggiungono il dettaglio che spiazza chi installa la prima volta: la macchina arriva di fabbrica con la vite regolata per l’uscita a zero gradi francesi.

Senza il numero di partenza e senza misurare quello di arrivo, quella vite la stai girando a caso.

La taglia e la capacità ciclica

La capacità ciclica di un addolcitore — quanti litri di acqua tratta fra due rigenerazioni — non è un numero assoluto: dipende dalla durezza dell’acqua in ingresso. Gli apparecchi escono di fabbrica programmati su un’ipotesi, tipicamente 40 °f, e vanno riprogrammati sulla durezza reale se questa è sensibilmente diversa.

Il conto è aritmetico: un litro di resina addolcisce circa cinquemila litri d’acqua per ogni grado francese da abbattere. Su 30 °f da portare a 15, quindi 15 gradi trattati, ogni litro di resina rende circa 333 litri d’acqua. Su 20 °f da portare agli stessi 15, cioè cinque gradi trattati, ne rende mille: tre volte tanto, a parità di macchina. Ecco perché una taglia annunciata «fino a 5 persone» senza dire a quanti gradi francesi non vuol dire niente, ed è il primo filtro che applichiamo nella selezione dei migliori addolcitori d’acqua.

L’addolcitore della lavastoviglie, e la sua terza scala

Ogni lavastoviglie ha un addolcitore a resine incorporato, che va impostato sulla durezza della tua acqua. La scala del manuale Bosch citato prima è tutta in gradi tedeschi:

Durezza (°dH) Equivalente in °f mmol/L Livello da impostare
0-6 0-10,7 0-1,1 0 (addolcitore disattivabile, niente sale)
7-16 12,5-28,6 1,2-2,9 1 (impostazione di fabbrica)
17-21 30,4-37,6 3,0-3,7 2
22-35 39,4-62,7 3,8-6,2 3

Il manuale è netto su tre punti che valgono più di qualunque consiglio generico. Sotto i 6 °dH — circa 10,7 °f — puoi rinunciare al sale e spegnere l’addolcitore. Sopra i 7 °dH l’acqua «deve essere addolcita» per evitare danni all’apparecchio. E i detersivi combinati con sostitutivi del sale funzionano, per dichiarazione dei produttori, solo fino a 21 °dH, cioè circa 37 °f: sopra quel valore servono sale e brillantante separati, e già a partire da 14 °dH — circa 25 °f — Bosch li consiglia comunque.

Il punto pratico: l’impostazione di fabbrica è il livello 1, tarato su un’acqua fra 7 e 16 °dH. Se la tua acqua sta a 30 °f, cioè 17 °dH, la tua lavastoviglie sta lavorando sotto da quando l’hai installata.

Il sodio, il numero che decide la taratura

Lo scambio ionico non fa sparire calcio e magnesio: li scambia con sodio. Per ogni grado francese abbattuto l’acqua guadagna circa 4,6 milligrammi di sodio per litro — un rapporto che deriva direttamente dalla stechiometria dello scambio e che la documentazione tecnica di Nussbaum sull’addolcimento riporta con lo stesso valore.

Adesso metti insieme i pezzi. Il sodio, a differenza della durezza, è fra i parametri indicatori dell’allegato I della normativa sulle acque potabili, con un valore di parametro di 200 mg/L. Un’acqua a 40 °f portata a zero gradi guadagna 40 × 4,6 = 184 mg/L di sodio, che si sommano a quello già presente. Su un’acqua di rete che ne conteneva 30, sei sopra il valore di riferimento.

È il motivo tecnico per cui il miscelatore esiste e per cui la taratura domestica corretta lascia una durezza residua invece di azzerarla. Non è prudenza generica: è un conto che si fa con due numeri, e il primo dei due è la durezza della tua acqua.

Gli impianti termici, il detersivo e i piccoli apparecchi

Sugli impianti di riscaldamento la durezza entra in una norma tecnica precisa. La UNI 8065:2019 sul trattamento dell’acqua negli impianti di climatizzazione prevede l’addolcimento obbligatorio sopra i 100 kW di potenza, con soglie di 15 °f per l’acqua di riempimento degli impianti di climatizzazione e 25 °f per l’acqua calda sanitaria, e una durezza in uscita fra 5 e 15 °f. Sotto quella potenza sei in casa tua e decidi tu, ma la logica non cambia: è la durezza a dire se ha senso trattare, ed è la stessa che spiega perché in certe zone d’Italia la vita utile di un generatore si accorcia visibilmente, come raccontiamo in quanto dura una caldaia.

Sul detersivo il conto è più prosaico e più immediato: le confezioni di detersivo per lavatrice riportano dosaggi diversi per acqua dolce, media e dura, e la differenza fra il primo e l’ultimo è nell’ordine del cinquanta per cento. Chi dosa «a occhio» in una zona a 30 °f sta buttando prodotto o lavando male, e in entrambi i casi non lo sa perché non ha mai guardato il numero.

Infine i piccoli apparecchi. La frequenza di decalcificazione di una macchina del caffè o di un ferro da stiro non è una data sul calendario: è una funzione della durezza, ed è per questo che i costruttori pubblicano tabelle a due colonne — acqua dolce, acqua dura — con frequenze che possono differire di tre volte. Il metodo, apparecchio per apparecchio, sta in come decalcificare la macchina del caffè.

La durezza non è un parametro sanitario, e i 15-50 °F non sono un limite di legge

Questa è la parte che vale più di tutte le altre, perché è quella su cui il web italiano sbaglia in massa. La durezza dell’acqua non è un parametro sanitario e non ha un limite di legge. L’intervallo 15-50 °F che leggi ovunque è un valore consigliato, e la norma da cui proviene non è quella che quasi tutti citano.

L’errore più diffuso: attribuirlo al DM 25/2012

Cercando «durezza acqua legge» troverai decine di pagine che attribuiscono i 15-50 °F al DM 25/2012, il decreto del Ministero della Salute sulle apparecchiature per il trattamento dell’acqua potabile. È falso, e si verifica in dieci secondi: nel testo del decreto 7 febbraio 2012 n. 25 la parola «durezza» non compare nemmeno una volta. Quel decreto disciplina i requisiti degli apparecchi, l’informazione al consumatore e le procedure autorizzative, non i parametri dell’acqua.

Nello stesso decreto, per inciso, sta anche un’altra cosa che vale la pena sapere: l’articolo 11 abroga il DM 443/1990. È il regolamento da cui provengono due frasi che la gran parte dei siti italiani di settore cita ancora come norma vigente — la rigenerazione obbligatoria «ogni quattro giorni» e il tetto al sodio — e che oggi non sono più legge.

Da dove arriva davvero l’intervallo 15-50 °F

L’intervallo esiste, è reale ed è tuttora il riferimento tecnico che usano i gestori. Ma nasce come valore consigliato per un parametro indicatore del D.Lgs. 31/2001, la vecchia norma sulle acque destinate al consumo umano.

Lo si legge in chiaro nella nota alla tabella A2 delle linee guida ISTISAN 15/8: «valori consigliati nel DL.vo 31/2001 e s.m.i.: 15-50 °F (il limite inferiore vale per le acque sottoposte a trattamento di addolcimento o di dissalazione)». Cioè il 15 non è un minimo per l’acqua che ti arriva dal rubinetto: è la soglia da non scendere sotto quando l’acqua è stata addolcita.

Il D.Lgs. 31/2001, però, è stato abrogato: lo dice l’articolo 25 del D.Lgs. 18/2023, che l’ha sostituito integralmente. E nella norma nuova la durezza non ha nessun valore di parametro. Lo dimostra il decreto stesso, con le sue parole: nell’allegato IV la durezza è introdotta come uno dei «parametri non elencati nell’allegato I, Parte C». L’elenco dei parametri indicatori della direttiva europea 2020/2184 che il decreto recepisce lo conferma riga per riga: alluminio, ammonio, cloruro, colore, conduttività, pH, ferro, manganese, odore, ossidabilità, solfato, sodio, sapore, carbonio organico totale, torbidità e i parametri microbiologici. La durezza non c’è.

Il modo corretto di dirlo, quindi, è questo: l’intervallo 15-50 °F resta un riferimento tecnico ragionevole e universalmente usato, ma è un valore consigliato di provenienza storica, non un obbligo. Chi ti dice che «per legge l’acqua non può superare i tot gradi» sta vendendo, non citando.

Cosa dicono le linee guida sull’addolcimento domestico

C’è un’ultima frase, nelle linee guida ISTISAN, che chiude il cerchio meglio di qualunque commento. Parlando dei trattamenti domestici dell’acqua potabile, il documento dell’Istituto Superiore di Sanità e del Ministero della Salute scrive che questi trattamenti «non rivestono carattere sanitario, indirizzandosi principalmente a modificare le caratteristiche organolettiche dell’acqua».

Tradotto: addolcire l’acqua di casa non la rende più sicura da bere. L’acqua che ti arriva è già potabile per legge, controllata e conforme; l’addolcitore serve a proteggere tubi ed elettrodomestici e a migliorare comfort e gusto, non la salute. Le stesse linee guida ricordano, nella tabella delle funzioni biologiche, che calcio e magnesio — cioè proprio i due minerali che l’addolcitore toglie — sono macronutrienti con ruoli documentati nello sviluppo osseo, nell’attività muscolare e nella protezione cardiovascolare.

Sapere la durezza della tua acqua, insomma, serve a decidere come proteggere gli oggetti che ci passano dentro. Non a decidere se puoi berla.

Domande frequenti sulla durezza dell’acqua

Come faccio a sapere la durezza dell’acqua di casa mia?

Nella quasi totalità dei casi non devi misurarla: la pubblica il tuo gestore idrico. L’allegato IV del D.Lgs. 18/2023 lo obbliga a rendere accessibili online i valori di durezza, calcio, magnesio e potassio, insieme ai risultati dei controlli dell’ultimo anno. Cerca «analisi acqua» o «qualità dell’acqua» insieme al nome del gestore che trovi in bolletta, e inserisci comune o via.

Quanti gradi francesi deve avere l’acqua?

Non esiste un obbligo. L’intervallo 15-50 °F che circola ovunque è un valore consigliato ereditato dal D.Lgs. 31/2001, oggi abrogato, e il limite inferiore riguardava specificamente le acque addolcite. Per la vita degli apparecchi, sotto i 15 °f il calcare non è un problema, sopra i 25-30 °f lo diventa. Sotto i 5 °f l’acqua inizia a essere aggressiva verso le tubazioni metalliche.

Un grado francese a quanto corrisponde?

Un grado francese (°f) corrisponde a 10 milligrammi di carbonato di calcio per litro, cioè 10 ppm. Un grado tedesco (°dH) vale 1,79 gradi francesi, un grado inglese 1,43, un grano per gallone americano 1,71. Una millimole per litro di carbonato di calcio vale 10 gradi francesi.

Come si converte da gradi tedeschi a gradi francesi?

Si moltiplica per 1,79. Un’acqua a 14 °dH è a 25 °f; una a 21 °dH è a 37,5 °f. Il passaggio inverso è una divisione per lo stesso numero. Serve praticamente sempre, perché i libretti di lavastoviglie e caldaie sono in gradi tedeschi mentre il gestore pubblica in gradi francesi.

La penna TDS misura la durezza dell’acqua?

No. Misura la conducibilità elettrica dell’acqua e la converte in ppm con un coefficiente fisso deciso in fabbrica. Il numero che ottieni comprende sodio, cloruri, solfati e nitrati, che con il calcare non c’entrano niente. Un’acqua dolce ma sodica dà un TDS alto senza produrre un grammo di calcare: per la durezza serve un kit a gocce, non una penna.

L’acqua dura fa male alla salute?

La durezza non è un parametro sanitario, e infatti la normativa vigente sulle acque potabili non le assegna nessun valore di parametro. Le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità precisano che i trattamenti domestici «non rivestono carattere sanitario» e agiscono principalmente sulle caratteristiche organolettiche. Calcio e magnesio, che costituiscono la durezza, sono macronutrienti con funzioni biologiche riconosciute.

Il residuo fisso in bottiglia è la durezza?

No. Il residuo fisso è il totale dei sali che restano dopo l’evaporazione a 180 °C e comprende anche sodio, potassio, cloruri e solfati. Due acque con lo stesso residuo fisso possono avere durezze molto diverse a seconda di quanta parte di quel residuo sia calcio e magnesio. Il residuo dice quanto è mineralizzata l’acqua, la durezza dice quanto calcare produrrà.

Perché il valore del gestore non coincide con quello del mio kit?

Uno o due gradi di scarto sono normali e non indicano un errore. La durezza analitica misurata in laboratorio e quella letta con un kit domestico hanno risoluzioni diverse, il dato del gestore è riferito a una zona e non al tuo rubinetto, e fra la centrale e casa tua c’è la rete. Se la differenza è di dieci gradi o più, invece, sospetta un trattamento già installato a monte — capita spesso nei condomini.

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