Fai da te · Aggiornato il 7 settembre 2026
Che grana usare per carteggiare il muro, caso per caso
Non esiste una grana sola per il muro: cambia con il materiale, con il passaggio e con la pittura che verrà dopo. Qui c'è la tabella a doppia entrata, con i numeri e il motivo di ognuno.
«Che grana per il muro» ha una risposta corta e una lunga. La corta sta qui sotto, in tre numeri. La lunga occupa il resto della pagina, e serve perché la corta è giusta soltanto nel caso più comune: parete stuccata, pittura opaca, lavoro a mano.
Fuori da quel caso i numeri cambiano, e cambiano parecchio. Un rasante a gesso non si tratta come uno stucco in pasta pronto. Un cartongesso a livello Q4 non si tratta come un tramezzo che verrà piastrellato. E la stessa grana montata su una giraffa asporta molto più di quanto asporti sotto un tampone, a parità di passate.
È esattamente il punto che le pagine in prima pagina non affrontano: danno un numero solo, spesso in disaccordo con quello della pagina accanto, senza mai dire per quale materiale e per quale passaggio vale. Qui trovi una tabella a doppia entrata — materiale per passaggio — più le tre cose che decidono se il risultato regge alla prima luce radente: come si legge la sigla sulla scatola, quanto si può saltare fra una grana e l’altra, e che pittura arriverà sopra.
Un’ultima premessa di lessico. In ferramenta si dice «carta vetrata», sulle scatole c’è scritto «carta abrasiva» e i fogli moderni non contengono vetro da decenni. Da qui in avanti usiamo «abrasivo», che comprende anche la rete e la spugna.
La risposta corta: 120, 180, 220
Su una parete stuccata da tinteggiare con una pittura opaca si lavora con tre grane: 120 per livellare le stuccature e portare a filo il rasante, 180 per uniformare tutta la superficie, 220 per l’ultimo passaggio prima del fissativo. Tre numeri, in quest’ordine, senza saltarne nessuno.
I tre passaggi, e cosa fa ciascuno
Il 120 è la grana del livellamento. Serve a togliere i sovraspessori, le creste lasciate dalla spatola e i bordi delle stuccature, cioè a rendere planare una superficie che ancora non lo è. È il passaggio che decide la geometria del muro: se qui resta una gobba, nessuna grana successiva la toglierà.
Il 180 è la grana del raccordo. Non toglie più forma, toglie il segno del 120 e uniforma l’assorbimento fra le zone stuccate e quelle no. È il passaggio che fa sparire l’«alone» attorno ai giunti quando la pittura asciuga.
Il 220 è la grana di finitura, e serve quasi solo a togliere il segno del 180. Su una pittura opaca si può anche saltare; su una satinata no, e più avanti si vede perché.
Perché partire da 80 è quasi sempre un errore
Il numero che circola di più in rete per lo stucco irregolare è 80, di solito con l’avvertenza «lascia i segni». L’avvertenza c’è ma il consiglio resta, e resta sbagliato nella maggior parte dei casi domestici.
Festool, che quegli abrasivi li produce e li vende, formula la regola al contrario e la scrive nella propria guida applicativa: «più è morbido lo stucco, più è alta la grana della carta abrasiva da scegliere». Uno stucco in pasta pronto è tenero: un 80 non lo leviga, lo scava. Il risultato non è una superficie ruvida da rifinire, è un cratere da ristuccare.
Il 80 ha un suo posto — su intonaco vecchio, su schizzi di malta induriti, su una stuccatura in polvere sovra-riempita e ormai dura — ma è un intervento locale, a mano, su una zona circoscritta. Non è la grana con cui si attacca una parete intera.
Quando la risposta corta non basta
Cambia tutto se il supporto è cartongesso rasato a specchio, se la parete è già pitturata, se la pittura finale è satinata o se lavori con una macchina invece che con il tampone. Sono quattro variabili, e la tabella qui sotto le mette in fila.
La tabella: che grana per quale materiale e per quale passaggio
Questa è la parte che manca ovunque. La grana giusta è l’incrocio fra cosa stai carteggiando e in che punto del lavoro sei. Le celle vuote non sono dimenticanze: sono passaggi che su quel materiale non vanno fatti. I numeri valgono per il lavoro a mano; con una macchina si sale di un gradino.
| Materiale | Sgrossatura | Livellamento | Finitura pre-pittura |
|---|---|---|---|
| Intonaco civile nuovo | 80 (solo su asperità e sbavature) | 120 | 150-180 |
| Rasante a gesso / stabilitura | — | 150 | 180-220 |
| Stucco in polvere per giunti | 100 (solo se sovra-riempito e duro) | 120 | 180 |
| Stucco in pasta pronto (morbido) | — | 150 | 180-220 |
| Cartongesso: giunti con banda | — | 120 sul solo giunto | 180 su tutta la fascia |
| Cartongesso: rasatura totale Q3-Q4 | — | 180 | 220-240 |
| Muro già pitturato da rinfrescare | — | 150 sulle sbucciature | 220 su tutta la parete |
| Vecchia pittura che sfarina | 80-100 fino al sano | 120 | 180 |
| Fra due mani di pittura | — | — | 240-320, velo |
Come si legge
Si entra dalla riga del materiale e si percorre da sinistra a destra, saltando le celle vuote. La colonna di destra è quella che il lettore cerca quasi sempre: è la grana con cui il muro arriva al fissativo.
Un solo vincolo va rispettato in ogni riga: non si salta più di un gradino fra una colonna e l’altra. Se dalla riga del cartongesso passi da 120 direttamente a 220, i segni del 120 restano lì sotto, e si vedranno. La regola completa sta due sezioni più avanti.
Le tre righe che meritano un’occhiata in più
Cartongesso, riga dei giunti. Il 120 va usato sul solo giunto, non su tutta la parete. La carta della lastra è tenera: se ci passi sopra un 120 apri le fibre, e le fibre aperte assorbono la pittura in modo diverso dal resto. Il difetto si vede solo dopo aver tinteggiato, ed è irreversibile senza una rasatura totale.
Muro già pitturato. Qui non stai livellando, stai creando aggrappo. Il 220 su tutta la parete serve a opacizzare, non ad asportare. Se togli pittura stai facendo un lavoro diverso e più lungo.
Fra due mani. È l’unico caso in cui si arriva a 320, e si lavora di velo: passata leggerissima, senza pressione. Serve a togliere i granelli di polvere inglobati nella prima mano, non a levigare la pittura.
Come si legge la sigla: P120 e 120 non sono la stessa cosa
Sugli scaffali italiani convivono due scale. Quella europea si chiama FEPA e mette una P davanti al numero: P80, P120, P220. Quella americana si chiama CAMI e il numero lo scrive nudo: 80, 120, 220. Non coincidono, e a parità di numero la grana non è la stessa.
Le due scale, in micron
Il modo onesto di confrontarle non è il numero ma la dimensione media del grano, misurata in micron. La tabella di conversione pubblicata da Klingspor, che è un produttore di abrasivi, permette di mettere le due scale una accanto all’altra. Sono i suoi numeri, non nostri.
| Numero | FEPA (P) in micron | CAMI in micron | Chi è più grosso |
|---|---|---|---|
| 80 | 197 | 192 | quasi identici |
| 100 | 156 | 141 | FEPA |
| 120 | 127 | 116 | FEPA |
| 150 | 97 | 93 | FEPA di poco |
| 180 | 78 | 78 | identici |
| 220 | 65 | 66 | quasi identici |
| 240 | 58,5 | 53,5 | FEPA |
| 400 | 35 | 23,6 | FEPA, nettamente |
Cosa significa davvero, sul muro
Il fatto interessante è dove le due scale si comportano diversamente. Fino al 180 coincidono, letteralmente: 78 micron su entrambe. Sotto quel numero la FEPA è leggermente più grossa — su un 120 la differenza è di undici micron, meno del 10%. Sopra il 240 la forbice si allarga, e sul 400 la FEPA ha un grano più grosso della metà rispetto alla CAMI.
Traduzione pratica: sulle grane che servono per il muro, cioè fra 100 e 220, la scala non è un problema. Diventa un problema se lavori a 320 o 400, quindi nella carteggiatura fra due mani di pittura o su legno e vernici. Chi ti dice che devi assolutamente controllare la scala prima di comprare un 120 per il muro ti sta complicando la vita per niente.
Come capire quale hai in mano
Se sul retro del foglio c’è una P, è FEPA: Klingspor lo indica come il modo per riconoscerli. Se la P non c’è, guarda il marchio. Gli abrasivi venduti in Italia da produttori europei seguono quasi sempre la scala FEPA anche quando la P non compare in etichetta, mentre le confezioni di importazione americana usano la CAMI. Nel dubbio, sul muro, non cambia nulla: vedi sopra.
Il salto di grana: la regola che decide se resteranno i segni
Non si passa da 80 a 220. La regola pubblicata dai produttori di abrasivi è netta: mai saltare più di una grana fra un passaggio e il successivo. Saltarne due lascia sotto un solco che la grana fine non arriva a togliere, e quel solco riappare dopo la pittura, quando la luce lo prende di sbieco.
La formulazione originale
Uneeda, produttore di abrasivi, la chiama «the golden rule of sanding» e la scrive così: non saltare mai più di una grana. L’esempio che porta è esplicito — per andare da P80 a P240 non serve passare da tutte le grane intermedie, basta P80 → P120 → P180 → P240, saltando P100, P150 e P220.
Vale la pena notare la cautela che aggiungono: la regola tiene con abrasivi di qualità, e sui prodotti di altri costruttori non danno garanzie. È una precisazione onesta, ed è la ragione per cui su un abrasivo economico conviene stringere il passo invece di allargarlo.
Perché un P180 non cancella il segno di un P80
La spiegazione tecnica sta nella stessa pagina, ed è geometrica. L’abrasivo non liscia: incide. Ogni grana lascia un profilo di picchi e valli, e ogni grana successiva deve essere abbastanza aggressiva da abbattere i picchi della precedente fino al fondo delle sue valli. Se il salto è troppo largo, la grana fine taglia solo le cime: il fondo del solco resta, e il risultato è un motivo di righe irregolari, più visibile di prima.
C’è anche l’effetto opposto, che nessuno racconta: per cercare di arrivare in fondo a quelle valli si insiste, e insistendo con una grana fine si lucida. Sul muro è un guaio serio, e la sezione sul «quando non carteggiare» spiega perché.
La scaletta pronta
Per il muro, tre sequenze coprono quasi tutto:
- Parete stuccata, pittura opaca: 120 → 180.
- Parete stuccata, pittura satinata o luce radente: 120 → 180 → 220.
- Intonaco vecchio da recuperare: 80 → 120 → 180.
Se la parete parte da 100, la sequenza diventa 100 → 150 → 220 e resta legale: ogni passo salta al massimo un gradino.
La pittura che verrà dopo decide la grana
Il livello di finitura non lo scegli tu: lo impone quello che va sopra. Una pittura opaca stesa a rullo nasconde molto; una satinata, uno smalto o una carta da parati leggera mostrano ogni imperfezione. Nell’edilizia a secco questa scala ha un nome e quattro numeri, e sono uno standard vero.
I livelli Q1-Q4, il riferimento che quasi nessuno cita
Sulle superfici in cartongesso i livelli di finitura vanno da Q1 a Q4. In Italia il riferimento è la UNI 11424:2015, in vigore dal 5 marzo 2015 sulla posa dei sistemi con lastre di gesso rivestito. Una nota per chi va a controllare: molte pagine citano ancora la UNI 11424:2011, che sulla banca dati UNI risulta ritirata proprio il 5 marzo 2015. La norma c’è, l’anno che gira in rete è vecchio.
Il documento Knauf sul sistema di finitura Q1-Q4 — costruttore di lastre e stucchi, quindi parte in causa — descrive i quattro gradini così: Q1 è il solo riempimento del giunto ed è sufficiente se sopra andranno piastrelle; Q2 è la stuccatura totale di giunti e viti, con carteggiatura «se necessaria»; Q3 aggiunge un velo di rasatura di massimo 1 mm su tutta la lastra per chiudere i pori del cartone; Q4 è una rasatura piena, dichiarata a due millimetri di spessore.
La luce radente è il collaudo, non un dettaglio
Il manuale della stuccatura di Siniat, altro costruttore del settore, definisce l’illuminazione critica come quella «quasi parallela alla superficie» e la usa come criterio per scegliere il livello. Nella sua tabella il Q4 serve quando la pittura è lucida o semilucida, oppure quando c’è luce radente e la pittura è satinata o opaca. Il Q2 viene dichiarato esplicitamente «non adatto» per superfici pitturate lisce.
Lo stesso manuale annota che il livello più usato in pratica è il Q3. È il metro di paragone da tenere in testa anche fuori dal cartongesso: una parete di casa, con una finestra che rade il muro, chiede il trattamento di un Q3, non di un Q1.
Opaca perdona, satinata no
Tradotto in grane: se sopra va una pittura murale opaca, 180 è un punto d’arrivo accettabile. Se va una satinata, un lavabile con un po’ di riflesso o se la parete prende luce radente da una finestra o da un faretto, servono il 220 e una rasatura più curata sotto. Non è la grana da sola a salvare il lavoro — è la coppia rasatura più grana.
Festool, sempre come costruttore, dichiara che per ottenere una classe di qualità Q4 su pareti e soffitti conviene un abrasivo su supporto morbido, e mette in gamma quella linea con grane da P80 a P400. È la conferma indiretta del punto: sopra il Q3 non basta scegliere il numero, conta anche cosa c’è dietro il foglio.
A mano, con la giraffa o con l’orbitale: la stessa grana non scava uguale
Il numero sul foglio dice quanto è grosso il grano, non quanto materiale porta via. L’asportazione dipende da tre cose: grana, pressione e superficie di contatto per unità di tempo. Una macchina cambia le ultime due, quindi la stessa grana su una giraffa scava molto più che sotto un tampone.
Il tampone e la stecca
Il lavoro a mano è quello per cui valgono i numeri della tabella. Ha un vantaggio che le macchine non hanno: il tampone rigido appoggia su due punti e taglia le creste senza inseguire gli avvallamenti, quindi livella davvero. È lo strumento giusto sui giunti e sulle zone circoscritte.
Il difetto è la fatica e la costanza: dopo mezz’ora la pressione cala, e cala in modo non uniforme. Su una parete intera il rischio non è la grana sbagliata, è la mano stanca.
La giraffa
La levigatrice a muro con stelo — la «giraffa» — è nata per le grandi superfici e per il soffitto. Festool dichiara per la sua testa da 225 mm una superficie di levigatura di quasi 400 cm²: significa che a ogni istante lavori un’area grande quanto un foglio A5, e che un errore di grana si moltiplica su tutta quella superficie in una frazione del tempo.
Con la giraffa si sale di un gradino rispetto alla tabella: dove a mano useresti 120, con la macchina parti da 150. E su stucchi teneri conviene un platorello morbido, che segue il fondo invece di tagliarlo. Su quale attrezzo scegliere, e su cosa distingue una macchina che dura da una che si pianta dopo tre pareti, sta tutto nella guida su quale levigatrice per muri scegliere.
L’orbitale e la spugna abrasiva
L’orbitale da 125 mm è un ripiego onesto sulle pareti piccole: gira, quindi tende a lasciare micro-vortici che su una pittura satinata si vedono. Va usato con grane più fini di quelle che useresti a mano e senza spingere.
La spugna abrasiva è la scelta migliore su spigoli, angoli e raccordi con il soffitto, dove un tampone rigido scava e una macchina non entra. Si adatta alla forma, e su un angolo interno è l’unico attrezzo che non ti fa un solco.
Se lavori a soffitto, la parte scomoda del problema non è la grana: è stare in equilibrio con le braccia alzate. Una piattaforma di lavoro pieghevole cambia il lavoro più di qualunque abrasivo, e per capire quando serve invece un appoggio più strutturato c’è il confronto fra trabattello e scala.
Rete o carta: sui muri non è una questione di gusto
L’abrasivo a rete ha il supporto forato su tutta la superficie invece che pieno. Sui muri fa una differenza pratica grossa, perché la polvere di stucco è finissima e intasa la carta tradizionale in pochi minuti. Un foglio intasato smette di tagliare e comincia a lucidare, che è il contrario di quello che vuoi.
Perché la carta si intasa e la rete no
La polvere prodotta da gesso e rasanti è farinosa: si compatta fra i grani e forma noduli. Da quel momento il foglio non lavora più con la grana che hai scelto — lavora con la grana dei noduli, che è molto più fine, e tu compensi spingendo. Spingendo con un abrasivo che non taglia si ottengono due cose: calore e ondulazioni.
Sulla rete la polvere viene aspirata attraverso il supporto su tutta l’area di contatto. Festool descrive la propria linea a rete come «l’abrasivo a rete per materiali molto polverosi», indica fra i campi d’impiego masse di stucco, intonaci e riempitivi, e la offre da P80 a P400. È il costruttore che lo dichiara, e vende sia la rete sia la carta: non ha un interesse a spingerti sull’una piuttosto che sull’altra.
Quando la carta tradizionale va ancora benissimo
La rete costa di più al foglio, e su lavori brevi non sempre si giustifica. Restano zone in cui la carta è meglio: gli spigoli, dove un foglio pieno si consuma in modo più prevedibile; il lavoro a secco senza aspiratore, dove il vantaggio della rete si perde in buona parte; e la sgrossatura su intonaco vecchio, dove l’intasamento è meno un problema del consumo.
La regola breve: se colleghi un aspiratore, rete; se lavori a secco e a mano su due metri quadri, carta.
Quando NON si carteggia affatto
Non tutte le superfici vanno carteggiate, e insistere dove non serve peggiora il lavoro. I due casi più frequenti sono la superficie già liscia — dove carteggiare crea aggrappo peggiore, non migliore — e il prodotto la cui scheda tecnica lo vieta. Sono situazioni in cui il foglio giusto è quello che resta nella scatola.
La superficie troppo liscia è un difetto, non un traguardo
È il dato che più contraddice l’istinto, e viene da un costruttore. Nel capitolo «problemi e soluzioni», il manuale Siniat elenca fra le cause del distacco della pittura proprio la «superficie dello stucco esageratamente liscia (a specchio)» — insieme alla superficie polverosa. Portare una parete a specchio con grane troppo fini non prepara la pittura: le toglie l’ancoraggio.
La conseguenza operativa è netta: sul muro non si va oltre il 240, e ci si va solo fra due mani di pittura. Il 320 e il 400 sono grane da vernice e da legno, non da intonaco.
Le rasature che non chiedono carteggiatura
Il manuale base dell’applicatore Knauf descrive il ciclo di stuccatura dei giunti e usa, per la carteggiatura fra le mani, la formula «se necessaria»: si controlla la planarità trascinando la spatola di traverso al giunto, e si interviene solo dove si sente un’asperità. Non è una fase obbligata del ciclo, è un rimedio.
Aggiungono un dettaglio che vale la pena copiare: le asperità lungo il giunto si tolgono anche con la sola spatola, e il tampone con abrasivo a grana fine è l’alternativa, non la regola.
I prodotti che dicono di non carteggiare
Alcune finiture minerali, gli spatolati e diversi rasanti pronti chiedono di essere chiusi con la spatola o con la lama, non con l’abrasivo: carteggiarli apre la superficie e cambia l’assorbimento a macchie. La scheda tecnica del prodotto lo dice, e ha ragione lei contro qualunque tabella generica — questa compresa. Il ciclo completo, dal controllo del fondo alla mano di fissativo, è nella guida su come levigare il muro prima di pitturare.
La polvere: cosa serve davvero, senza allarmismi
Carteggiare stucco a secco produce una polvere finissima che resta in sospensione per ore e si deposita in tutta la casa. Va gestita, e la gestione ha due leve: catturarla alla fonte con l’aspirazione e filtrarla all’ingresso con una semimaschera. La seconda senza la prima è la scelta peggiore delle due.
Le classi FFP, e cosa dicono davvero
Le semimaschere filtranti antipolvere sono normate dalla UNI EN 149:2009, in vigore dal 22 ottobre 2009, che fissa i requisiti minimi. Le classi sono tre. Uvex, che le produce, le descrive così: FFP1 filtra almeno l’80% delle particelle fino a 0,6 µm ed è indicata per polveri atossiche e non fibrogene; FFP2 ne cattura almeno il 94%, con perdita totale massima dell’11%; FFP3 arriva al 99%.
E aggiungono una frase che nessuno riporta mai perché non vende niente: «nel settore edile o nell’industria alimentare, le maschere respiratorie della classe FFP1 sono quasi sempre sufficienti». Per la polvere inerte di gesso e rasante, quindi, la FFP1 è il minimo sensato e la FFP2 è la scelta prudente per sessioni lunghe in ambiente chiuso. Non serve una FFP3 per carteggiare una parete.
Aspirare alla fonte batte qualunque maschera
La differenza vera la fa collegare l’attrezzo a un aspiratore. Con la giraffa è previsto di serie; con l’orbitale bisogna volerlo. Un bidone aspiratutto con filtro adatto alle polveri fini e sacco raccoglipolvere risolve il 90% del problema, e ti evita anche la mezza giornata di pulizia successiva.
Il sacco conta: la polvere di gesso è così fine che un filtro a cartuccia nudo si sigilla in fretta, e da quel momento l’aspiratore soffia più di quanto aspiri.
Dopo la carteggiatura: se non togli la polvere, la pittura si stacca
Ultimo passaggio, e non è opzionale: la polvere residua va rimossa prima di tinteggiare. Non è pignoleria da manuale — è una delle due cause di distacco della pittura elencate dai costruttori, insieme alla superficie troppo lucida. La pittura non aderisce al muro: aderisce alla polvere, e la polvere non aderisce a niente.
Come si toglie
Il manuale Siniat indica il metodo nella sezione «preparazione alla tinteggiatura»: dopo una carteggiatura leggera su tutta la superficie stuccata, si passa un pennello o una spugna leggermente umida per eliminare la polvere superficiale. Non un panno asciutto, che la sposta e basta; non una spugna bagnata, che la impasta.
L’ordine giusto è: aspirare la parete dall’alto verso il basso, poi passare la spugna appena umida, poi lasciare asciugare. Se la spugna torna bianca alla seconda passata, non hai finito.
Il fissativo non è un extra
Lo stesso manuale consiglia poi il primer, con una motivazione precisa: omogeneizzare il sottofondo. Anche Knauf, nella sua documentazione sui livelli di finitura, indica una mano regolare di fissativo prima della pittura o della tappezzeria.
Il motivo è che dopo la carteggiatura la parete ha assorbimenti diversi: lo stucco beve, la carta della lastra beve meno, l’intonaco vecchio beve moltissimo. Senza fissativo quella differenza si legge sulla parete finita come un disegno di aloni, ed è esattamente la fatica che hai appena fatto a carteggiare, buttata.
Domande frequenti
Che grana usare per carteggiare lo stucco?
Dipende dal tipo di stucco. Su uno stucco in polvere per giunti, indurito, si livella con 120 e si rifinisce con 180. Su uno stucco in pasta pronto, che è molto più tenero, si parte direttamente da 150 e si chiude a 180-220: una grana grossa su un prodotto morbido scava invece di levigare.
La carta abrasiva 120 va bene per il muro?
Sì, ma per un passaggio preciso: il livellamento. Il 120 toglie creste e sovraspessori e porta a filo le stuccature. Non è però una grana di finitura: fermarsi lì significa lasciare un segno che la pittura evidenzia. Dopo il 120 serve almeno un 180.
Che grana per il cartongesso?
Sul giunto stuccato, 120 per livellare e 180 per raccordare la fascia. Su una rasatura totale a livello Q3 o Q4 si lavora più fine, 180 poi 220-240. La regola in negativo conta più del numero: non carteggiare mai la carta della lastra fuori dal giunto, perché apre le fibre e cambia l’assorbimento in modo permanente.
Si carteggia a secco o con l’acqua?
Sul muro si lavora a secco. La carteggiatura a umido esiste, si usa su vernici e stucchi da carrozzeria e serve a evitare l’intasamento, ma su gesso e rasanti l’acqua rammollisce il supporto e crea impasto. Il modo corretto di gestire la polvere è l’aspirazione, non l’acqua.
Che grana per il legno e per il ferro?
Sul legno grezzo si parte da 80-100 e si finisce a 180-220, con la grana e non di traverso. Su persiane in legno da riverniciare, 120 per togliere la vernice sfogliata e 180 prima del fondo. Sul ferro, 80 per togliere la ruggine e 120 prima dell’antiruggine: sono cicli diversi da quello del muro, e le grane fini oltre il 220 sul ferro sono controproducenti perché lucidano invece di dare aggrappo.
Ogni quanto si cambia il foglio?
Quando smette di tagliare, non quando è consumato all’aspetto. Il segnale è che devi spingere di più per ottenere lo stesso risultato: da quel momento stai lucidando e stai anche scaldando. Sugli abrasivi in carta, sui rasanti, capita molto prima di quanto ci si aspetti — è il motivo per cui la rete conviene.
Serve la mascherina anche per una sola parete?
Sì. La polvere di rasante è finissima e resta in sospensione a lungo, anche a lavoro finito. Per polveri inerti la classe FFP1 è considerata quasi sempre sufficiente in edilizia dai costruttori di protezioni; una FFP2 è la scelta ragionevole per un ambiente chiuso e una sessione lunga. Una FFP3 su questo lavoro è sovradimensionata.
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